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venerdì 30 dicembre 2016

Tiriamo le somme sul 2016


Ed eccoci alla fine di questo tormentato 2016. Numerosi sono stati gli eventi di quest'anno, sia economici, sia politici che hanno caratterizzato l'evoluzione dei mercati finanziari. In breve ecco le performance ad oggi ( suscettibili ancora di piccole variazioni da qui a fine giornata ) delle principali asset class. 


Tra i vincenti di questo 2016 sicuramente vanno ricordati i BRIC che complessivamente hanno messo a segno una performance superiore al 13% trascinati dal Brasile (+38%), che da inizio Febbraio ha realizzato quasi un +60%. Positivo anche il contributo del real Brasiliano che si è apprezzato di oltre il 17%.  (Chi avesse acquistato un etf (BRA IM equity) che è sensibile ad entrambi i fattori di rischio, da fine gennaio ad oggi avrebbe realizzato una performance superiore al 100%!). 
Bene anche la Russia con un +25% di indice azionario  a cui va sommato un ottimo 15% di apprezzamento del rublo russo. Male la Cina che chiude l'anno in netta perdita (-12%) a cui va aggiunto  un deprezzamento dello Yuan vicino al 7%. 


Sul fronte azionario globale va segnalato l'ennesimo anno record per l'azionario americano che realizza rispettivamente un +13% per il Dow Jones e un + 10% per l'S&P 500. Per le borse europee l'anno è stato laterale con l'Eurostoxx 50 sugli stessi valori dello scorso anno (-0,2%) , il Cac 40 francese +4%, e ancora meglio ha fatto il Dax tedesco con un +4%. L'indice inglese Ftse 100 nonostante la Brexit ha fatto un grande anno (+13%) mentre si conferma debole la periferia europea con Ibex spagnolo a -2,6% e sopratutto il nostrano FtseMib italiano a -10,3% penalizzato pesantemente dalle banche italiche. 



Osservando i settori azionari europei emergono delle dispersioni di rendimento notevoli.  Impressionante la corsa delle Basic Resources (+50%) e dell'Oil (+19%) mentre il resto dei comparti ha realizzato performance tra il +10 ed il -10% . 


Positivo anche l'anno per i titoli governativi europei nonostante gli ultimi mesi dell'anno particolarmente tribolati a causa del violento rialzo dei tassi innescatosi in america dopo l'elezione di Donald Trump. L'indice Europeo è salito del 3,48% trascinato sia dai paesi core ( Belgio +5,6%, Germania 4,4% , sia dalla Spagna +4,7%) mentre l'Italia causa instabilità politica e situazione bancaria fragile ha messo a segno un timido +1% . In tal modo lo Spread Btp-Bund con la  è tornato a 160 bps. Peggio ha fatto il Portogallo che è sceso del 2,54% (chissà che nel 2017 non si rifaccia di questa performance così negativa). 


Va segnalato che i titoli inflation linked hanno performato meglio dei rispettivi titoli a tasso fisso grazie alla ripresa delle aspettative di inflazione. In tal senso qualora venisse confermato questo trend rialzista delle dinamiche inflazionistiche può aver senso avere una quota maggiore rispetto al passato di questa tipologia di titoli nel proprio portafoglio. 

Male ovviamente il monetario che a causa dei tassi a breve in territorio negativo praticamente ovunque ( basti pensare che il bot semestrale andato in asta pochi giorni fa è stato collocato a -0,317%) ha perso lo 0,23%. Molto bene invece l'High Yield con una performance superiore all'8% e i titoli non finanziari ( +5,5%). Bene anche gli additional tier 1 saliti del 6%. 
Fra tutte le asset class si segnala il comparto dei Floater che è salito dello 0,57% nell'anno ma con una volatilità annua dello 0,16%, a cui segue il comparto degli High Yield che con una performance stellare dell'8% hanno dovuto sopportare una volatilità del 3,1%. Per fare un confronto un investitore che avesse comprato l'indice azionario europeo (EuroStoxx50) ha dovuto sopportare un 22% di volatilità con un rendimento dello 0%, mentre se avesse investito nell'indice Italiano Ftsemib avrebbe perso il 10% subendo una volatilità annua superiore al 31%. In tal senso l'azionario europeo ed italiano non sono state asset class efficienti in questo 2016, mentre lo è stato l'azionario americano. 


Infine guardiamo l'andamento dei tassi sulle varie scadenze sia in europa ( Euroswap) che in America nel corso del 2016. Appare evidente l'anomalia rispetto al passato dovuta dalla diversa politica monetaria delle banche centrali, da una parte la BCE con il suo quantitative easing mantiene un atteggiamento ultra-espansivo, dall'altra la Fed con il rialzo dei tassi di dicembre assume un atteggiamento restrittivo.  Il decennale americano viene scambiato al 2,47% in rialzo di circa 20bps da fine 2015 mentre l'euroswap decennale è scambiato 36 bps più in basso dell'anno scorso. 

Da un punto di vista macro la crescita dell'economia statunitense prosegue a ritmi sostenuti (+3,5% annualizzato nel terzo trimestre 2016) con un tasso di disoccupazione vicino ai minimi storici (4,6%). Pur in presenza di una riduzione degli scambi internazionali e di un aumento dei prezzi del petrolio l'incremento dei ritmi produttivi dovrebbe proseguire anche nel corso del 2017 sia per l'America sia per l'Europa (a ritmi più moderati). In Italia si consolidano i segnali positivi sia come la fiducia delle Imprese sia come le vendite al dettaglio (+1,2% congiunturale ad ottobre) e soprattutto dall'indice eurocoin di dicembre che registra il settimo incremento consecutivo, raggiungendo quota 0,59 da 0,45 di novembre. Si tratta del livello più alto dalla primavera del 2011 e dell'incremento mensile più forte dal dicembre 2015. 

Si spera che il 2017 sia un anno positivo per l'economia Italiana e mondiale anche se non mancheranno tensioni politiche (dovute alle numerose elezioni in europa) e finanziarie ( dovute al diverso approccio delle banche centrali, la Fed quanti rialzi dei tassi effettuerà?). 

Colgo l'occasione per augurarvi un sincero buon fine 2016 e sopratutto un inizio 2017 scoppiettante. Portatevi dietro le esperienze e le cose belle del 2016 per poter realizzare i vostri sogni ed i vostri obiettivi nel 2017 grazie ad una maggior consapevolezza di voi stessi e ad una maggiore maturità derivante dall'analisi delle proprie vittorie e dei propri errori.  Tanti auguri di Buone Feste !!! 

mercoledì 17 febbraio 2016

Le quattro micce che hanno fatto esplodere i mercati finanziari negli ultimi 2 mesi


Gli ultimi due mesi sui mercati finanziari sono stati caratterizzati da una gigantesca ondata di vendite che ha colpito quasi tutte le asset class. La volatilità è stata la protagonista indiscussa con picchi vicino al 50% annuali sui comparti azionari negli ultimi giorni (Historical Volatility a 10 giorni su Eurostoxx 50) . Raggiunti questi livelli sono scattate delle ricoperture tecniche con rimbalzi di una certa consistenza sia sul fronte azionario che sul fronte del credito. 
Analizzando i motivi scatenanti di questa crisi sui mercati si possono trovare almeno quattro elementi che hanno innescato questo sell-off: 
1) Cina. L'economia Cinese appare in deciso rallentamento negli ultimi mesi e il trend di crescita che ha caratterizzato l'economia è senza ombra di dubbio destinato ad affievolirsi nei prossimi anni. Negli ultimi anni la crescita economica cinese è stata sostenuta da due elementi: Gli investimenti dall'estero (molto elevati in % rispetto al Pil) ed in secondo luogo da una crescita senza controllo del credito del settore privato salito dal 120% rispetto al Pil nel 2008 ad oltre il 200% rispetto al pil nel 2015). Questo ha portato alla creazione di una bolla finanziaria molto ampia come si può notare dalla spaventosa crescita realizzata dall'indice cinese SHComp che da metà 2014 a metà 2015 è passato da 2000 punti agli oltre 5100 punti toccati a giugno 2015 con una crescita ben superiore al 100% in appena 12 mesi. 


L'esplosione della bolla del credito in cina sta avendo ripercussioni anche sull'economia reale cinese che ha iniziato a rallentare nonostante i numerosi interventi della Banca Centrale Cinese effettuati a partire da Agosto 2015. 


Le aspettative degli operatori sono per una crescita del Pil cinese ancora molto sostenuta (nell'ordine del 6,5% per il 2016) anche per i prossimi anni. La realtà è che il rallentamento economico sarà probabilmente molto più marcato e sarà già un miracolo se alla fine del 2016 si arriverà a un 6%!. 
Il problema è che il mondo ormai è diventato sempre più globale e come evidenzia la banca centrale nel report di gennaio un calo dell'1% della crescita economica nei paesi BRIC ha ripercussioni nella crescita a livello globale di uno 0,4% nei successivi 2 anni. 


La spaventosa fuoriuscita di capitali dalla Cina negli ultimi 12 mesi ci lascia abbastanza basiti e intimoriti (oltre 1000 Miliardi di dollari) ed è difficile immaginare cosa possa accadere all'economia cinese nei prossimi anni senza il supporto di questi capitali. 



Le previsioni della Banca Centrale Mondiale di fine Gennaio sembrano ancora sottovalutare questi effetti nella crescita futura della Cina. 




Discorso simile per ciò che riguarda il Fondo monetario Internazionale che segnala per il 2016 una crescita del Pil cinese dell'6,3%. 


Piccola nota a margine l'Italia che nel 2015 è cresciuta dello 0,7% dovrebbe crescere nel 2016 dell'1,3%. Personalmente credo che se arriveremo a un +0,8%-1% nel 2016 sarà già tanto considerando le tensioni e le incertezze sui mercati nei primi mesi di quest'anno. 


2) Il secondo elemento chiave che ha innescato il grande crollo sui mercati è stato indubbiamente il Petrolio. Nell'ultimo anno e mezzo il prezzo del Crud Oil è passato da 110$ al barile a 26$ la scorsa settimana. Ad oggi sembrerebbe possibile un rimbalzo dalle quotazioni attuali almento verso i 37-38$. 


Se nel lungo periodo un calo del prezzo del Petrolio è un fattore positivo per l'economia (almeno per come l'abbiamo studiato sui libri di Economia all'università) nel breve periodo è stato senza ombra di dubbio un fattore molto negativo. In primis un crollo simile non si vedeva dal 2008 cosa che di certo non è tranquillizzante pensando a cosa è successo ai mercati nei 12 mesi successivi. In secondo luogo un calo del petrolio ha innescato un processo deflattivo a livello mondiale portando molte banche centrali a una politica monetaria ultra espansiva con tassi a 0% o in alcuni casi a tassi ufficiali negativi ( Giappone e Svizzera per citarne due). Deflazione = minor valore di tutti gli asset finanziari, minori margini e minori profitti per le aziende che son costrette a limare i prezzi per non rischiare di tenere le merci in magazzino (che ha comunque un costo). Inoltre l'aspetto più significativo per i mercati finanziari è che il crollo del prezzo del petrolio ha innescato un violentissimo crollo degli utili del settore petrolifero e delle materie prime in genere, determinando di conseguenza un forte deterioramento del merito di credito delle varie società. Questo ha prodotto oltre che a un naturale calo degli investimenti nel settore anche ad un crollo del mercato degli High Yield (titoli ad alto rendimento che investono su società con rating inferiore all'Investment Grade) americani con conseguente impennata degli spread di credito. 
Nel grafico sottostante si può osservare la pericolosa similitudine tra il 2007-2008 con il 2015 e l'inizio del 2016 sull'impennata degli spread dei titoli HY americani che hanno superato i 700bps. 

A corredo di questo si può evidenziare l'impennata dei rendimenti dei titoli HY USA. Si è passati da un rendimento vicino al 5% a giugno 2014 al 9% di fine 2015. 


A livello settoriale il problema legato al petrolio e alle materie prime appare ancora più evidente. Nei settori Metals & Mining ed Energy sono saliti dal 5-6% del 2014 al 16% a fine 2015. 

Contemporaneamente i tassi di Default registrati dalle aziende High Yield sta crescendo anche se a ritmi ancora piuttosto blandi. 

Fonte : Moody's Investor Services, Bofa, Merrill Lynch. 

L'ultimo ma non meno rilevante effetto del crollo del petrolio è l'effetto sulle economie esportatrici di combustibili fossili, dall’Arabia Saudita alla Russia, dal Venezuela al Brasile. Gli effetti collaterali di questo crollo delle entrate sono però rilevanti anche al di fuori di quelle economie. Per esempio a causa delle minori entrate dei paesi del Golfo hanno cominciato a vendere massicciamente le azioni che avevano accumulato nei loro fondi sovrani, e questa è una delle cause principali del crollo dei mercati azionari nelle scorse settimane. Avendo meno entrate hanno già cominciato a tagliare la spesa pubblica, fondamentale strumento di consenso in paesi come l’Arabia Saudita, per la quale qualcuno vede rischi di stabilità politica, ma anche per la Russia di Putin, la cui combattività in politica estera fa da contraltare alla debolezza economica e alla caduta del potere d’acquisto all’interno. L’impoverimento rapido dei paesi esportatori di petrolio e di altre materie prime riduce i loro consumi e investimenti, e quindi incide sui conti delle imprese che esportano in quei paesi.



3) Il terzo elemento che ha guidato i ribassi in questa fase calda sui mercati finanziari è stato il sistema bancario europeo. La complessità normativa e l'attuazione dei primi Bail-In invece che tranquillizzare i risparmiatori ha messo in fibrillazione tutti gli operatori sia istituzionali sia retail. 
Le preoccupazioni sono iniziate già verso fine 2015 quando si iniziava a dubitare della profittabilità del sistema bancario per poi trasformarsi in preoccupazione vera e propria della Solvibilità delle banche europee. Si potrebbe analizzare una singola banca magari in difficoltà per sparare sulla croce rossa ( Monte Paschi, Banca Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Deutsche Bank) ma volendo osservare l'intero comparto basta osservare semplicemente l'andamento dei grafici. Da luglio ai minimi della scorsa settimana l'indice bancario europeo ha perso il 45%. Gran parte di questa perdita si è accumulata dall'inizio del 2016 con un calo del 30%. Ogni commento a riguardo appare superfluo. 


4) Il quarto elemento e forse più difficile da analizzare riguarda la politica monetaria della FED legata al ciclo economico negli stati uniti. La crescita degli USA appare in moderato rallentamento e gli ultimi dati macroeconomici mettono in evidenza alcune preoccupazioni. 
Il dato dell'Empire manufactoring di New York ha registrato un valore di -16,64. Un valore simile o peggiore a livello mensile negli ultimi 15 anni è stato registrato solo in altre 2 occasioni: 2001 e 2008-2009 ovvero quando l'economia americana è andata in recessione. 
Per chi non lo sapesse questo indicatore misura lo stato di salute dell'economia americana nel settore manifatturiero attraverso una indagine su circa 200 imprese manifatturiere dello stato di New York. 
Al di sopra dello 0 indica condizioni in miglioramento, mentre al di sotto di esso condizioni in peggioramento. 


La vera domanda a cui non siamo per ora in grado di rispondere è il punto focale della questione: L'economia americana sta andando in recessione ? 
Prima di risponde a questa domanda bisogna ricordare che il ciclo economico espansivo in america dura mediamente 7 anni. Infatti dopo la recessione del 2001 vi fu la recessione del 2008 e ora? Ora sono passati 8 anni dall'ultima recessione.....
Le similitudini a livello grafico tra il 2008-2009 e questo scorcio di 2016 iniziano a essere molte e sono numerosi a questo punto gli indizi che ci portano ad una cautela ai mercati finanziari in questa fase. 
In ultima analisi bisogna osservare la politica monetaria delle grandi banche centrali. Tutte ad esclusione della Fed stanno proseguendo una politica monetaria espansiva (e potrebbe diventar ancor più espansiva per la BCE e per la BOJ già dal mese prossimo). Probabilmente la Yellen ha alzato troppo tardi i tassi di interesse a dicembre e questo ha peggiorato lo stato di salute dei mercati finanziari già pieni di bacilli dall'estate scorsa. La guerra valutaria in corso non sembra finita e basta osservare i grafici di Euro/Yen e Euro/USD per capirlo. 
Se per il cambio euro/dollaro persiste il trading range 1.05-1,15 negli ultimi 12 mesi la volatilità sul cross USD/Yen appare ancora molto forte. 

Osservando con attenzione in grafico sottostante si può osservare come a guidare le scelte degli investitori da un atteggiamento di Risk-on ad uno Risk-off sia stato il mercato dei cambi. Come si può facilmente appurare il crollo di agosto scorso sui mercati fu innescato da un forte movimento sul cross Usd/Yen. Nei mesi successivi il cross trovò una stabilizzazione e vi fu un deciso recupero sulle varie asset class. Il violento movimento da 122 di fine anno ai 114 attuali ha innescato la nuova ondata ribassista sui mercati.


A questo punto la correlazione tra andamento valutario e andamento dei mercati appare piuttosto evidente e l'atteggiamento delle banche centrali e sopratutto della Fed sarà decisivo per l'andamento futuro dei mercati. 
In questo momento la Fed si trova in una morsa pericolosa. Da una parte ha intrapreso un sentiero di normalizzazione della politica monetaria con il primo rialzo dei tassi a dicembre scorso. Dall'altra si trova davanti a un deterioramento del ciclo economico negli Stati Uniti. 
Qualora fossimo davanti a uno scenario di recessione globale la Fed sarà costretta a rivedere la propria politica monetaria riabbassando prontamente i tassi di interesse e valutando addirittura i tassi negativi ( parole della Yellen di una settimana fa) e questo ovviamente sarebbe negativo per tutte le asset class ad esclusione dei titoli governativi americani e di alto merito creditizio. 
Qualora invece l'economia americana continui a ritmi di crescita moderati/sostenuti senza troppe incertezze la Yellen dovrà alzare i tassi e questo innescherebbe nuove pressioni a livello mondiale sia sul Dollaro sia su tutti i paesi emergenti che sono collegati ad esso. Anche in questo caso la volatilità sui mercati sarebbe elevatissima basti pensare a cosa è successo ad agosto 2015 quando la Cina svalutò lo Yuan.  


mercoledì 3 febbraio 2016

Bear Market 2016 ….again

Bear Market 2016 ….again


Il primo mese di questo 2016 è stato indubbiamente uno dei peggiori mesi della storia dei mercati finanziari. Il Bear Market ha avuto la meglio e gli investitori hanno fatto più o meno tutti la fine di Di Caprio nell’ultimo film (Revenant) .
La situazione va analizzata su più fronti cercando di interpretare al meglio la possibile evoluzione futura da questi livelli.

1) I mercati negli ultimi 5 anni sono stati drogati/tranquillizzati dalla politica monetaria ultra-espansiva delle banche centrali di tutto il mondo. A parte la Fed tutte le altre banche centrali mondiali continuano ad assumere un atteggiamento molto flessibile ed espansivo per sostenere i mercati. Va sottolineato che la scorsa settimana la Banca Centrale Giapponese ha portato il tasso ufficiale di riferimento in territorio negativo a -0,1%. A seguito di questa manovra a livello mondiale si è raggiunta la cifra record di 5.500 Miliardi di dollari di titoli di stato in territorio con rendimento negativo, e tale cifra è probabilmente destinata ad aumentare nei prossimi mesi quando anche la BCE adotterà ulteriori manovre espansive. 


La prima domanda che viene spontanea porsi è : “ha senso per un investitore investire in titoli a rendimento negativo?” La risposta banale sarebbe no ma la realtà e che c’è talmente tanta paura di perdere ingenti quantità di soldi a causa della fortissima volatilità che caratterizza i mercati che si investe quel capitale in titoli sicuri a rendimenti leggermente negativi (come se fosse un assicurazione). Contemporaneamente la liquidità del sistema finanziario non è bassa anzi denota un immobilismo preoccupante tra gli investitori come nella crisi del debito sovrano in Europa tra e 2011 e 2012.
Il grafico sottostante mostra l’excess liquidity dell’Eurozona e come si può notare negli ultimi mesi c’è stato un nuovo picco simile a quello registrato a giugno 2012. 


Siamo ormai in un nuovo mondo quello definito ZIRP (Zero interest-rate policy) e in alcuni casi anche sotto zero (Svizzera e Germania). 




I titoli di stato tedeschi sono scesi a nuovi minimi assoluti sulle scadenze fino a 7 anni. Impressionante pensare che un titolo a 5 anni renda -0,24% all’anno, mentre per trovare un rendimento positivo bisogna allungarsi a titoli che scadono nel 2024. Un decennale rende appena lo 0,29%. A fianco i rendimenti euribor su varie scadenze. Va segnalato che l’euribor a 3 mesi a cui sono legati molti mutui è in territorio negativo (-0,16%). Gli Euroswap sono tutti negativi fino a 4 anni (-0,05%)
Questi tassi esprimono un concetto molto semplice: nei prossimi anni non ci sarà inflazione e anzi c’è un concreto rischio di deflazione o di perdita di valore da altri asset finanziari/reali altrimenti tutto ciò non sarebbe coerente. La storia ci insegna che il mercato ha sempre ragione e conosce ragioni che la ragione non concepisce.
Difficile comunque immaginare che le banche centrali adottino politiche monetarie restrittive nei prossimi 12 mesi dato lo scenario macroeconomico mondiale attuale che sembra impostato verso una stagnazione/rallentamento economico.
)  2) Crisi Cinese: Il tracollo della Borsa cinese appare giunto ad un livello significativo almeno da un punto di vista grafico visto che sono stati raggiunti i livelli di fine 2014 e le quotazioni sembrano aver trovato un debole supporto in area 2620 punti dove transita la media mobile a 200 settimane.
In un contesto di stabilizzazione economica e di dati macro coerenti con le aspettative di crescita della Cina le quotazioni dovrebbero assestarsi attorno a questi livelli. Qualora dovessimo invece trovarci davanti ad un violento rallentamento economico/recessione le quotazioni potrebbero anche tornare in area 2000 punti sui valori minimi del 2013.


1 3)  Petrolio e Materie Prime: Le quotazioni continuano a rimanere su valori estremamente bassi (30$), attorno ai minimi registrati durante la crisi 2008-2009. Di per se non è un elemento negativo per la crescita economica europea anzi visto che in tal modo risparmiamo miliari di euro ogni anno da poter spendere in attività produttive ed in consumi ma i rischi a livello globale di qualche default di big player del comparto petrolifero e di conseguenza di qualche grande banca a livello mondiale possono rappresentare un concreto pericolo per l’economia mondiale. 



1 4)   Rischi di deflazione. Gli ultimi dati disponibili parlano di un inflazione ancora molto anemica in europa e i rischi di avere ulteriori rallentamenti nei prossimi mesi appaiono evidenti anche dalle parole di Draghi e degli altri esponenti della BCE.  Il forward swap 5x5 europeo ha toccato nuovamente 1,5% valore minimo che fu toccato a gennaio 2015 quando Draghi lanciò di fatto il quantitative easing per contrastare il rischio deflattivo. Probabile in tal senso una manovra significativa da parte della BCE nella prossima riunione di Marzo.



Da segnalare che anche il 5X5 forward swap americano è letteralmente crollato nelle ultime settimane passando da 2,70% di dicembre 2015 al 2,29% attuale valore già toccato a Gennaio 2015. Anche in questo caso le aspettative di inflazione in America sono molto più basse di 1 mese fa . 

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    5)   Crescita degli utili e crescita economica. Negli ultimi mesi del 2015 la crescita economica a livello globale sembra essere in deciso rallentamento. Nei prossimi mesi avremo i dati ufficiali ma di certo gli ultimi dati macroeconomici hanno segnalato un rallentamento dei vari indici predittori del tessuto economico sia in Europa sia in Cina che in America.

1 6)    Tensioni quasi alle stelle sui mercati finanziari: 



Da inizio 2016 tutti i mercati azionari mondiali sono in territorio negativo con performance che in molti casi superano il 10%. Da segnalare che il momento magico dell’Italia sembra essersi interrotto a fine 2015. Infatti a livello europeo è il peggior listino di questo 2016 con una perdita del 17%. Ad appesantire il listino italiano sono state principalmente le banche che hanno accusato una perdita del­ 26,3% (indice It8300 delle banche italiane). 



martedì 19 gennaio 2016

I cigni neri del 2016

I cigni neri del 2016



L’inizio del 2016 è stato senza ombra di dubbio tra i peggiori che i mercati finanziari abbiano mai vissuto. In appena 15 giorni abbiamo assistito ad una vera tempesta che ha colpito per intero i mercati azionari mondiali. L’indice americano SP500 accusa ad oggi un calo del 7,5% da inizio anno mentre i listini europei sfiorano cali vicini al 10% come anche la piazza giapponese di Tokio.




Se osserviamo il grafico dell’indice europeo eurostoxx50 si può notare come sia tornato ad un passo dal livello chiave della media mobile a 200 settimane (linea rossa) che transita in area 2971 punti. L’eventuale rottura di questo livello potrebbe innescare nuove e violente perdite ma soprattutto l’inversione del trend rialzista di lungo periodo che contraddistingue il mercato dal 2012.

Osservando le candele mensili in formazione emergono delle similitudini preoccupanti tra il 2007-2008 (bolla rossa) ed il 2015-2016 (bolla verde). Nel 2007 il mercato fu caratterizzato da un forte rally nei primi mesi dell’anno a cui però seguì una fase di lateralizzazione e negli ultimi mesi dell’anno si iniziò ad affacciarsi il mercato orso.
A Gennaio 2008 vi fu un vero tracollo con -13,80% che diede il via ad un periodo molto complicato per i mercati finanziari che portò il mondo in recessione globale.  Il 2015 è stato graficamente parlando molto simile al 2007 con i primi 3 mesi dell’anno estremamente positivi seguiti da una fase di lateralità e da una seconda fase dell’anno più volatile seguita da discese repentine verso fine anno. Ad oggi l’inizio del 2016 appare identico a quello del 2008 con un calo di quasi il 10% nelle prime due settimane dell’anno. 


Dal 3 dicembre 2015 l’indice europeo è passato da 3537 punti a 2980 odierni (quasi il 20% in poco più di un mese).

Per capire cosa è successo bisogna partire dai motivi scatenanti di questa ondata di vendite sui mercati bisogna tornare indietro ed allargare lo spettro di osservazione a tutto il mondo.
1) La bolla del credito in Cina aveva gonfiato in modo clamoroso le quotazioni dell’indice Cinese SHComp passato da 3150 punti ad inizio del 2015 a 5166 punti a giugno 2015. Dopo un rialzo superiore al 50% in appena 6 mesi di tempo la bolla è scoppiata in modo fragoroso nonostante i ripetuti interventi da parte della Banca Centrale Cinese. Il crollo successivo si è intensificato nelle ultime due settimane portando il bilancio da inizio 2016 a un -16,4% (2900 punti).

2) Il Crollo delle materie prime appare senza fine. Per quanto sia un fattore positivo per le economie importatrici di petrolio rischia di essere un fattore negativo oltre che per i paesi produttori anche per le numerose imprese globali che si occupano di materie prime che rischiano a questi prezzi di fare default.  Il petrolio è passato da oltre i 100$ ai 29 $ attuali in poco più di un anno e mezzo.   

 L’indice BCOM (che esprime l’andamento di tutte le commodity mondiali) è letteralmente collassato passando da 130 a 73 in soli 6 mesi. 


3) Rallentamento globale in corso. Dal report pubblicato pochi giorni fa dalla banca centrale mondiale appare evidente come le prospettive di crescita siano in netto calo rispetto alle previsioni effettuate solo alcuni mesi fa. In particolare è da segnalare il forte calo che sta colpendo le economie emergenti trascinate in basso dalla fortissima recessione brasiliana che dovrebbe accusare un calo del 2,5% del Pil nel 2016 dopo un tracollo del 3,7% nel 2015. Le economie avanzate dovrebbero continuare il proprio percorso di crescita seppur ad un ritmo più moderato.


 

4)    Bassa inflazione e rischio deflazione. L’andamento delle materie prime sta portando il mondo vicino ad una pericolosa deflazione. Nonostante le politiche monetarie ultra espansive con tassi di interessi pari a 0% ed acquisti di titoli di stato da parte della Banca Centrale Europea l’inflazione in Europa è ancora anemica e rischia di tramutarsi in  una vera e propria deflazione se non dovesse esserci qualche cambiamento significativo nei prossimi mesi.

Nell’ultimo mese i prezzi sono scesi dello 0,1% mentre la variazione anno su anno è appena a +0,2% ben lontano dal target della BCE del 2%. 

5)    Politica monetaria della Banche centrali meno espansiva. Con il rialzo dei tassi effettuato a dicembre la Fed ha dato avvio ad una fase restrittiva di politica monetaria. Questo ha portato ad un dollaro forte e ad un de-leverage nei paesi emergenti cosa che riduce globalmente la liquidità complessiva. La Bce e la BOJ continueranno le loro politiche espansionistiche di politica monetaria ma le incertezze legate alla velocità ed alla intensità della politica monetaria nei ciclo di rialzo dei tassi rimane un elemento chiave per questo 2016. La PBOC (banca centrale cinese) verosimilmente continuerà ad allentare la politica monetaria ed ad assecondare una politica di gestione del tasso di cambio che tenga conto non solo del dollaro ma anche dei movimenti del Renminbi rispetto alle altre valute.  Complessivamente va ribadito che l’effetto delle azioni intraprese dalle banche centrali sarà relativamente meno incisivo sui mercati rispetto al passato.

6)  Rischi geopolitici e rischi generali. Nell’ultimo anno le tensioni geopolitiche a livello mondiale sono state in netta crescita. Basti ricordare l’esodo spaventoso di milioni di persone verso l’Europa dalla Siria, gli attentati di Parigi con oltre 200 morti, le provocazioni del leader della Corea del NORD (Kim Jong UN) con l’esplosione di una bomba ad idrogeno. Non sono mancati gli scandali specifici che hanno colpito il settore auto (Dieselgate di VOLKSWAGEN) e negli ultimi giorni anche Renault.


Il 2016 appare come un anno molto complesso per le numerose incertezze legate a tutti questi fattori e probabilmente dovremo abituarci in primis a rendimenti più bassi di quelli registrati negli ultimi anni, ed in secundis a gestire l’aumento della volatilità che non è episodico ma è destinato a persistere. La diversificazione di portafoglio tradizionalmente ottenuta con cash o obbligazioni governative è oggi più difficile da realizzare e richiede l’introduzione in portafoglio di strategie flessibili/absolute return. 

mercoledì 30 dicembre 2015

I momenti chiave del 2015 sui mercati finanziari

Il 2015 sui mercati finanziari

Il 2015 sui mercati finanziari sarà ricordato come un anno mediamente positivo nonostante i numerosi eventi che hanno portato ad una spiccata volatilità che ha contraddistinto quasi tutti i mercati.
Il primo evento destabilizzante è stato il 15 gennaio 2015 quando la Banca Centrale Svizzera (BNS) ha sorpreso i mercati ha rimosso il Peg nei confronti dell’Euro (fissato precedentemente a 1,20 CHF) ed ha abbassato il tasso sui depositi a -0,75% dal precedente -0,25%. Le reazioni sui mercati sono state molto violente con un immediato apprezzamento del Franco Svizzero di quasi il 30% in poche ore e una spiccata volatilità sui mercati azionari e dei cambi. Sul fronte tasso la mossa della BNS ha aperto la strada anche ad altre banche centrali sperimentando in prima persona un tasso sui depositi fortemente negativo ha dato il via ad una nuova epoca di allentamento monetario. 



Appena una settimana dopo, il 22 Gennaio 2015, la Banca Centrale Europea annuncia il “Quantitative Easing” un piano di acquisto di titoli governativi da 60 Miliardi di euro al mese a partire da Marzo 2015 per 19 mesi per complessivi 1140 MLD di euro.


Nei mesi successivi il mercato registra un vero e proprio rally trascinati dai mercati azionari che salgono di oltre il 15% mentre sul lato dei titoli governativi si toccano dei rendimenti mai visti in precedenza (bund decennale allo 0,05% bund trentennale allo 0,45%, BTP decennale all’1%,e BTP trentennale sotto 1,90%) .  Sul mercato dei cambi l’euro contro il dollaro passa da 1,20 di fine 2014 a 1,05 a metà marzo.
Il 15 aprile 2015 durante la conferenza stampa una manifestante sale sul tavolo da dove sta parlando Draghi gettandogli addosso dei coriandoli e protestando contro la dittatura della BCE. Durante la conferenza stampa Draghi appare molto fiducioso sugli effetti del piano di quantitative easing riguardo all’andamento dell’inflazione e destabilizza i mercati che da quel giorno iniziano una corposa correzione.

Nelle settimane successive i titoli governativi subiscono un violentissimo incremento di volatilità che porta ad un vero e proprio tracrollo delle quotazioni (Bund decennale torna all’1% di rendimento e i titoli trentennali subiscono perdite vicino al 30% dai massimi di periodo) mentre il petrolio recupera quota 60 dollari a barile.


Ad inizio estate è stata la Grecia a tenere sotto scacco il mondo intero quando non rimborsando il debito verso il Fondo Monetario Internazionale innesca una nuova ondata di volatilità che produce sia un calo dell’equity sia un forte ampliamento degli spread governativi (Btp- Bund passa da 120 bps a 180 bps in poche ore). 

In piena estate scoppia il problema dei mercati emergenti. Il nuovo calo del petrolio che torna ai minimi degli ultimi anni sotto i 40 dollari al barile e le prospettive di un imminente rialzo dei tassi in America preoccupano gli investitori che scappano dai BRIC. L’indice cinese dopo un incredibile rialzo del 50% da fine 2014 passa da 5100 punti a 4000 punti nel giro di poche settimane.



Dall’11 Agosto 2015 la Banca Centrale Cinese per arginare il crollo delle esportazioni cinesi vara a sorpresa una triplice svalutazione dello Yuan pari complessivamente circa al 4%. Gli effetti sui mercati sono stati particolarmente destabilizzanti sui vari comparti con violenti crolli sui mercati azionari. L’indice cinese Shcomp crolla ulteriormente andando nel giro di due settimane sotto i 3000 punti mentre l’indice Eurostox passa da 3700 punti a 3050 punti registrando uno dei peggiori crolli della storia recente anche in termini di velocità della discesa della sua storia recente. Dinamica simile per l’indice Sp500 che registra la peggiore perdita in due giorni degli ultimi 5 anni.
Quasi contemporaneamente viene fuori lo scandalo sulle emissioni inquinanti dei motori diesel della Volkswagen che trascina al ribasso tutto il comparto auto europeo e innesca una serie di ribassi significativi sul mercato azionario. Il titolo passa da 240 euro a 100 euro nel giro di 3 mesi. 


Successivamente nei mesi autunnali il mercato è tornato costruttivo recuperando gran parte delle perdite estive. Il continuo calo delle materie prime ed il petrolio costantemente in ribasso ha invece segmentato notevolmente il mercato con un netto incremento dei rendimenti degli HY americani tornati su livelli che non si registravano da anni.
Anche il mese di dicembre è stato alquanto tumultuoso. Il 4 dicembre Draghi ha portato il limite sul tasso dei depositi a -0,3% ed allungato ulteriormente il piano di quantitative easing di altri 6 mesi. Il mercato che scontava un maggior interventismo da parte della BCE ha reagito male con volatilità marcata sui titoli governativi e sull’equity. L’indice eurostoxx europeo è sceso di oltre il 10% nelle 2 settimane successive.


L’ultimo evento dell’anno è stato probabilmente anche quello più significativo con la Fed che dopo 7 anni ha rialzato i tassi di interesse di 25 bps ( ora nella forchetta 0,25%-0,5%) mettendo fine alla politica monetaria ultra-espansiva degli ultimi anni.